Tutta la regginità del libro che ha vinto il Premio “Strega”

da Tempostretto.it – 9.7.2021 

 

Domenica 18 luglio, saranno 13 anni che non c’è più Rocco Carbone, morto in un incidente quando aveva solo 46 anni.
Scrittore d’incredibile potenza, nato a Reggio Calabria, aveva le sue radici familiari a Cosoleto, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro.
Solo poche ore fa, lo scrittore Emanuele Trevi ha

conquistato il più ambìto premio letterario italiano, il Premio “Strega”, col suo romanzo Due vite. Un testo che parla di due amici scrittori, la lucchese Pia Pera e appunto Rocco Carbone, l’autore di opere come L’apparizione e Libera i miei nemici.

Spigolature

E già sono parecchie le spigolature, anche territoriali, che si possono cogliere in quest’insperata vittoria.
Trevi, per dire, è di madre calabrese: e nel suo splendido paesino, San Nicola Arcella – nel Cosentino -, ci andarono più volte, lui e Rocco Carbone. Ed è un giurato di lungo corso del Premio Sila ’49.
In Due vite, peraltro, non c’è solo il rapporto “tra” Carbone e la Pera, poi scomparsa per sclerosi laterale amiotrofica nel 2016, sempre di luglio. C’è anche il rapporto tra l’autore, Emanuele Trevi, e loro due.
Con lo scrittore reggino, particolarmente significativo. Tanto che sempre nel 2009 – l’anno dopo la morte di Carbone – sarà proprio l’amico Emanuele Trevi a curare l’uscita postuma di Per il tuo beneOssia l’ultima opera di Rocco Carbone, edita per i tipi della Mondadori.
E peraltro nel 2009 proprio Libera i miei nemici ebbe la sua prima rappresentazione assoluta nella “sua” Cosoleto. Il contesto era il Kaluria Festival promosso da Gianni Barone. Regista Basilio Musolino, in scena andarono Kristina Mravcova, Domenico Cucinotta e Renata Falcone.

Un Rocco inedito

Tra le righe di Due vite, emergono anche alcuni tratti della “persona” Rocco Carbone. «Era una di quelle persone destinate ad assomigliare, sempre di piú con l’andare del tempo, al proprio nome – scrive Trevi con una punta d’ironia –. Rocco Carbone suona, in effetti, come una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale».
Poi, beh, Trevi si sofferma su parecchi pregnanti particolari. Per esempio i frequenti litigi suoi con l’amico calabrese, «per i soliti futilissimi motivi». Ma soprattutto, come tutti i cultori di Carbone e della sua opera ben sanno, c’è un tema ineludibile. L’infelicità.
«Parlare della vita di Rocco significa necessariamente parlare della sua infelicità», si legge fra l’altro in Due vite. Uno stato d’animo talmente connaturato a Carbone che suggerirebbe a Emanuele Trevi d’indicarlo con un neologismo. Rocchite, o qualcosa di simile.
E soffermandosi su questo perenne stato d’animo, Trevi osserva che «nemmeno l’infanzia di Rocco era stata del tutto al sicuro da questo compagno segreto, da quest’ombra vanificatrice, da questa orrenda e inutile succhiasangue che è l’infelicità». Ricordando tra l’altro il «meridionale decoro di balconi in ferro battuto e alberelli d’oleandro» di via Demetrio Tripepi, la centralissima via di Reggio in cui Rocco Carbone abitava con la sua famiglia.
E rammenta Trevi le tante inclinazioni meravigliose dell’amico scrittore, dalla musica al cinema al «talento per l’amicizia». Tutto però gravato da quest’orrido «buco nero, capace d’assorbire al suo interno ogni energia vitale». E di trasformarla in un «greve, inerte, disperato fastidio di esistere».
Un’infelicità talmente disperante che scrivere romanzi per l’amico Rocco, scrive Trevi, era «una penitenza» vera. «Come se scavasse una galleria in una montagna di dolore, di sconforto».
Ma dov’è adesso il magnifico Rocco, ne siamo certi, quell’infelicità di sempre s’è sciolta adesso in un convinto sorriso. Anche per tutti gli altri piccoli misteri su di lui svelati con grazia nel libro di Trevi. Per esempio, l’aver Carbone scelto nel suo percorso letterario una «strada di scoraggiante sobrietà, degna dei suoi golfini grigi». E questo, già al suo arrivo a Roma, sua città d’adozione.

Coincidenze?

Ma si diceva dell’amicizia fra il neovincitore del Premio “Strega” e il nostro impareggiabile Carbone, chiusissimo solo in apparenza.
Trevi lo chiama, quasi fosse un presentimento, il pomeriggio del 17 luglio del 2008. Poche ore dopo, nell’ormai sua Roma, Carbone si schianterà col motorino su una macchina parcheggiata in doppia fila in piazza Albania. Altra coincidenza, a pochi metri dalla statua di Giorgio Castriota Scanderbeg, celebrato in tutta l’ampia fetta arbresh della Calabria terra di nascita e formazione di Rocco Carbone.
E Trevi scrive una fantastica pagina di letteratura su quella telefonata. «Hai fatto bene a chiamarmi», gli dice Carbone quel pomeriggio, a riconoscere l’attenzione dell’amico d’antica data a fronte di una propria più lunga disattenzione. Le affinità istantaneamente ritrovate li portano a stabilire di vedersi a cena, ma poi Rocco invia a Emanuele un sms: ceneremo insieme domani. C’era da festeggiare un compleanno a casa di un’altra scrittrice, Carola Susani – un paio d’anni fa a Reggio per un laboratorio di scrittura –, fra le sue amiche più care.
Inutile dire che quella del 17 luglio del 2008 sarà l’ultima telefonata fra Emanuele Trevi e Rocco Carbone, e una delle ultime telefonate di Carbone in assoluto. Nella notte, lo scrittore avrà l’incidente fatale: esalerà l’ultimo respiro nelle primissime ore del giorno successivo. Ed ecco che gira e rigira nel cervello di Trevi, quella frase, «Hai fatto bene a chiamarmi», assume un significato completamente diverso.

Un auspicio

Difficile non comprendere i legami impalpabili epperò profondissimi fra queste due esistenze, che alla fine hanno gemmato nel vissuto e nella produzione letteraria di Trevi. Al punto tale da costituire il perno di un romanzo certo ostico, pubblicato da una casa editrice – Neri Pozza – non proprio di “fascia A”. Eppure capace, per la sua potenza, d’ammaliare chiunque e di conquistare uno “Strega” meritato. Che – forse – consentirà di riaprire uno spiraglio sulla trascurata opera di Rocco Carbone.

 

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